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maya bay

In modo simile a come immaginavo si formassero gli schemi mentali Kantiani, durante le ultime settimane mi é capitato si materializzasse in mente il concetto dell’insoddisfazione occidentale. Persa di fronte alla magnifica natura delle isole tailandesi mi si è piombata addosso, per qualche istante, la pesantezza di pensieri che hanno disturbato insolentemente una felicità ritrovata. Questo il pensiero: Avere, conservare, arrivare.
Senza riflessioni premeditati ho realizzato quanto dall’altra parte del mondo, e forse in confini non troppo distanti da quell’oriente perfetto, siamo ossessionati dai se e dai ma.
MA soprattutto, SE solo la vita fosse più semplice…
E tra quella beata semplicità che vivevo mi é parso che gli immensi ¨se” e “ma¨ che ripetiamo sono null’altro che una scusa alla nostra mancanza di coraggio. Abbiamo paura del cambiamento, della perdita di comodità, paura di perdere la forza di appartenenza ad un sistema che sembra proteggerci (bada bene, sembra), paura di risolvere i piccoli dilemmi.
Più “ma” e più “se” ripetiamo, meno siamo inclini al nostro personale cambiamento e più la vita sembra difficile.

Una volta tornata in occidente, tra le patetiche-scontate-irriverenti frasi che attraverso i social networks ci scandiscono le giornate, ho letto: “Non credere a tutto ciò che pensi”. Giusto, i nostri pensieri sono i soli limiti che abbiamo. E allora perché non cambiarli?
Nel mondo anglosassone dove ho vissuto negli ultimi anni, la gente sembra essere alla disperata ricerca di un cambiamento. Paradossalmente, di fronte alla crisi europea da cui siamo costantemente nauseati, sempre più numerosi sono coloro che vogliono scappare scappare. In inglese si chiama il periodo sabbatico. L’obbiettivo è mettere in stand-by la vita frenetica, raggiungere qualche sogno non ancora raggiunto, iniziare a viaggiare o semplicemente cercare nuove ispirazioni.
Io sono nel pieno di questa ricerca. Il mio capo a Londra è anche uno dei più cari amici che ho in città e quando gli ho chiesto un periodo sabbatico indefinito mi ha risposto come un vero amico per l’appunto: “Follow your dreams darling!”- Ha detto. Ho approfittato del fatto che una coppia di amici si sposasse in Thailandia per iniziare il cambiamento e seguire quello che un tempo era il mio sogno, ossia essere un etnografo che felicemente viaggia, fotografa e scrive per il mondo.
Non sapevo molto a proposito di questo paese e forse la mia profonda ignoranza ha reso l’esperienza ancora più intensa. Chiunque ci sia già stato sa bene di cosa potrei parlare ma per chiunque ancora stesse pianificando di andarci si prepari alla meraviglia. Si potrebbe scrivere molto sulle incredibili bellezze del paese, sulla sua tremenda organizzazione turistica e apertura alle diversità, ma qui io racconto solo la mia storia.
Da Bangkok subito dopo il matrimonio, ho preso un aereo per Krabi, nel sud del paese, con l’intento di prendere una barca al giorno e raggiungere le isole limitrofe. Se Bangkok è la New York dell’Asia, Krabi è la sua “Formentera” (forse un parallelo azzardato, krabi è in fondo solo Krabi!). Da krabi città con un pulmino sgangherato sono arrivata direttamente ad Ao Nang Beach, la zona marittima del luogo. Le strade sono infestate di bancarelle, cibo cucinato sotto i tuoi occhi, bar, ristoranti, resort e hotel per ogni metro percorso. Se negli Stati Uniti gli italiani hanno la sensazione che tutto sia grande, in Tailandia si ha la sensazione che tutto sia “tanto”. Tante barche, tanti turisti, tanti hotel, tanti pulmini senza finestrini che trasportano i turisti su e giù dalla collina, tante agenzie turistiche, tanti Tuk Tuk (i caratteristici taxi asiatici a 3 ruote), tante lanterne luminose nel cielo come ad indicare i numerosi sogni dei turisti sulla spiaggia, tanta musica, tanta spensieratezza.
Ao Nang è bellissima. Il traffico di Bangkok è molto lontano. Tutti passeggiano lentamente con le infradito ai piedi. I sorrisi sono però gli stessi e la cordialità della gente pure.
Ho conosciuto Thanwa in una delle innumerevoli agenzie turistiche che organizzano i tour per le isole con quelle pittoresche barche di legno. Siamo diventati amici e mi ha dato molti consigli. Ero curiosa di sapere quanto fosse uno stipendio medio della zona e ho scoperto essere 9000 bath, 223 euro. Sembra impossibile ma con quei soldi là ci puoi vivere davvero. Abbiamo parlato di sogni, di stress occidentale, di buddismo e delle loro storie di felicità. Mi ha aiutato a capire molto: “Siamo persone semplici e pratiche. Abbiamo lo 0.6 % di disoccupazione perché senza sé, senza ma tutti vogliamo lavorare. Le strade sono stracolme di bancarelle per questo. Vendiamo tutto. Sorridiamo perché abbiamo il sole tutto l’anno e la nostra religione non ci impone limiti. Abbiamo problemi come tutti, ma di fronte ad un avvenimento triste reagiamo. Piangiamo per qualche ora ma alla fine di ogni giornata dobbiamo ricordare almeno una storia felice…”.
Il giorno dopo ho preso una barca per Raily beach. Era la mia prima esperienza visiva con il loro mare e quegli incantevoli sfondi naturali. Le rocce a strapiombo sono infestate da scalatori, la vegetazione esotica è a due passi dalla spiaggia e le innumerevoli scimmiette che abitano il luogo sono perspicaci nell’osservare e nel rubare tutto ciò che hai di interessante.
Non avrei immaginato che quello era solo l’inizio di molto altro stupore. Ko Poda, Chicken, Phranang Cave, Yaowasam sono posti altrettanto magnifici. Magnifici non tanto per dire, davvero ti trasportano nella magnificenza della natura. Sembra che le rocce siano cascate dal cielo in mezzo all’azzurro per deliziarti la vista e farti sentire piccolo piccolo.
Ma dove il mio stupore è arrivato al culmine è stato nell’isola in cui non avevo previsto di andare. Puket e Phi Phi Island sono le mete più gettonate, quindi nel timore di trovare un’ondata di europei ed americani a rovinarne la purezza, avevo pensato di passare solo una mezza giornata a Phi Phi e tralasciare del tutto Puket. Chi ha visto il film “The Beach” sa che proprio da Phi Phi Leonardo Di Caprio partiva alla ricerca di un’altra isola paradisiaca nascosta in cerca di avventura. Da 20 anni a questa parte, da quando il film spopolò, l’isola è meta di incalcolabili viaggiatori alla ricerca di un sogno.
E proprio a me che non avevo pianificato il mio sogno l’imprevedibilità lo ha consegnato. Ho cambiato i miei piani perché 2 amici incontrati a Krabi me ne raccontavano meraviglie. Il sogno è iniziato nel momento in cui senza se, senza ma e senza neppure prenotazione sono salita in barca. La settimana di Natale è la più alta stagione dell’anno e ho pensato che avrei potuto dormire in spiaggia qualora non avessi trovato sistemazione.
Appena arrivata sull’isola è stato come tornare indietro nel tempo, in un luogo senza macchine ne industrie. Sobrie t-shirt, parei, infradito cancellano status symbol e l’appartenenza a classi sociali. Moltissimi zaini sulle spalle, tutti camminano lentamente e trasportano con se voglia di vivere e scoprire. Akim è uno dei tanti ragazzi che quando arrivi sul porticciolo ti da il benvenuto, ti mette le valigie in un carretto attaccato ad una bici e poi le trasporta sino all’hotel. Ti mostra la via e con lunghi sorrisi, ti dona parole in un pessimo inglese e un succo di mandarino quando arrivi alla hall-gazebo dell’albergo. Nel seguire i miei amici questo dolce benvenuto è stato riservato anche a me seppure là non avrei dormito.

Un’infinità di incantevoli hotel mortificano l’autenticità dell’isola, ma gli stessi sono anche l’attuale sangue del suo sostentamento. In quei giorni erano tutti occupati. Qualche metro dietro i giardini impeccabilmente curati ho poi trovato un bungalow libero. Stava affianco al villaggio dei nativi, nel mezzo di un giardino molto più spartano, con il gallo che mangiava l’erba e attiguo alla giungla. Senza sé, senza ma, questo era il sogno. Potevo ascoltare i rumori della natura, animali che mai avevo sentito prima. La sera, al ritorno dalla spiaggia, le urla dei bambini si mischiavano a quelle dei turisti con cui sul campo di terra giocavano a calcio. Una signora faceva il bucato di fronte al mio bungalow e sorrideva senza parlare.
Nel mio bagno sono poi arrivate le formiche. Una calma che in me non conoscevo mi ha mostrato il cambiamento che cercavo. Stranamente non mi innervosivo od intimorivo, osservavo le formiche e capivo con calma che quello era un problema irrilevante di fronte alla beatitudine che vivevo. Non valeva davvero la pena crearne un problema. Tutto è così perfetto com’è – Quel giardino incurato, i bungalow trasandati dei vicini, i gatti nel balcone e le formiche nel bagno. Neanche un “ma” a rovinarlo.
Da phi phi il giorno dopo sono arrivata a Maya Bay, l’isola nascosta di Di Caprio. Non so se esista al mondo un altro posto tanto bello. Non credo di averlo neppure mai sognato. Il mare è azzurro, limpido e caldo, la natura è rigogliosa ed emana un profumo inebriante. L’isola è inabitata ma un continuo viavai di barche trasporta milioni di turisti durante tutto l’anno. Ho conosciuto dei ragazzi serbi con cui ho riso a crepapelle, siamo diventati amici e li ho poi rincontrati a Bangkok successivamente.
Per loro, per me, per gli altri milioni di turisti immagino sia spontaneo pensare di voler vivere laggiù e abbandonare il caro occidente.

Che cosa non va bene esattamente nell’ovest industrializzato?? – Ho pensato.
La vita è semplice. Se non c’è la guerra, abbiamo bisogno di così poco per esser felici. I problemi esistono, ma li drammatizziamo facendone il motore dei nostri giorni. A scuola impariamo che il successo deriva dai soldi che produciamo, ma pur avendo molti più soldi di Akim e Thanwa non siamo altrettanto felici.
Queste lo so, sono mere banalità. È troppo tardi per cambiare un sistema sbagliato e nessuno può farci niente… bla bla… I politici non cambieranno, le banche e la finanza neppure.
Però le nostre emozioni si che cambiano. Senza se e senza ma la vita davvero sarebbe più semplice e la felicità raggiungibile.
Reporter, giornalisti, blogger e scrittori raccontano storie per il piacere di farlo. Le loro parole e i loro viaggi raccontano ciò che andrebbe altrimenti dimenticato. Purtroppo non cambiano il mondo.
A volte ti ricordano che non dovremmo credere a tutto ciò che pensiamo. O che il cambiamento più grande avviene in noi stessi e perciò a noi tocca farlo accadere.
Sia in un caldo bungalow in Asia o sulla scrivania nel freddo occidente.
La speranza è che le storie non si dimentichino.
La speranza è che di fronte ad un piccolo-grande dilemma qualcuno possa nelle prossime ore, anche solo per un momento, ricordare le formiche nel bagno, Akim, Thanwa e le sue storie di felicità.
Senza se ne ma questa storia allora acquisterà più senso.


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